Ulisse

Quanta dissonanza c’è apparentemente tra la facilità, l’ingenuità di una pittura immediata, gradevole, ironica e scanzonata, quasi dissacrante come questa e il nome dell’autore: Ulisse.
Il mito dell’uomo che ha sete di conoscenza, amante del periglioso viaggiare, eterno pellegrino sulla terra per desiderio di sapere, in realtà dipinge “suorine” e “fraticelli” indaffarati in giocose vicende quotidiane tratte dalla vita degli antichi monasteri, dei quali restano i costumi, la struttura architettonica, la costruzione complessiva dell’ambiente e dell’atmosfera, ma che presentano anacronistici particolari, oggetti e costumi moderni, che ridimensionano ogni pretesa, riportando l’osservatore in epoca pienamente contemporanea e contribuiscono a creare quella verve comica che pervade l’opera e la contraddistingue. C’è molto nella pittura di Ulisse dello stile naif. Nella precisione del disegno, nella tendenza alla stilizzazione delle forme, nella caratterizzazione dei paesaggi e nelle scelte cromatiche. Ma c’è di più. A ben guardare proprio da quell’apparente facilità, dalla sottile vena ironica, – arma tagliente ed efficace l’ironia! – si può leggere altro oltre il dipinto. L’ironia intanto serve per prendere le distanze dalle cose. Tutte, dai soggetti, dall’ambiente, dall’atemporalità, che significa anche astoricità. E togliendo tutto questo, ossia la collocazione precisa nello spazio e nel tempo, non c’è forse soltanto l’uomo, nella sua dimensione umana universale?